Inni e antichi canti
Gli ‘Inni’ nascono da antichissimi frammenti vocali orientali ed occidentali: i canti siriani di matrice gnostica del secondo secolo dopo Cristo, che ispirarono quelli ambrosiani; alcune antifone del gregoriano simplex; il celebre Inno a San Giovanni, alle origini della solmisazione occidentale; le seduzioni arcaiche della terra vesuviana e beneventana. Mescolando, ibridando, reinventando temi e modi, al di là del tempo e dello spazio, queste composizioni lasciano assaporare una sorta di attualissima e arcaica nostalgia per tutto ciò che si è perso e dimenticato, per tutto ciò che ostinatamente vogliamo ancora una volta assaporare.
 
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cover inni
 
Napoli 2012, Konsequenz – Hanagoori music
Cd monografico di Girolamo De Simone
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Girolamo De Simone

L’avventura degli “Inni e antichi canti”


Gli ‘Inni’ nascono da antichissimi frammenti vocali orientali ed occidentali: i canti siriani di matrice gnostica del secondo secolo dopo Cristo, che ispirarono quelli ambrosiani; alcune antifone del gregoriano simplex; il celebre Inno a San Giovanni, alle origini della solmisazione occidentale; le seduzioni arcaiche della terra vesuviana e beneventana. Mescolando, ibridando, reinventando temi e modi, al di là del tempo e dello spazio, queste composizioni lasciano assaporare una sorta di attualissima e arcaica nostalgia per tutto ciò che si è perso e dimenticato, per tutto ciò che ostinatamente vogliamo ancora una volta assaporare.

Come avviene la fusione tra antico e moderno nella mia musica? Di fatto le modalità del canto antifonale fanno indissolubilmente parte di noi e della nostra terra, nel senso che esse sono state profondamente assimilate nelle stesse ‘inflessioni’ della lingua e del dialetto che parliamo ogni giorno. Per non dire della trasfusione di queste ‘voci’ nelle cerimonie che qui, nel vesuviano e nel meridione, sono ancora vive e replicate in precise ricorrenze (si pensi anche solo ai canti degli Incappucciati di Somma Vesuviana).

Io vivo qui e a questa terra sono legato, vengo dalla musica classica e dalle avanguardie degli anni Settanta e Ottanta. Ho dai primi vagiti pronunciato la parola “frontiera”, per suggerire la necessità di una musica che si riappropriasse della possibilità di ‘dire’, ‘dialogare’, ‘comunicare’ (e devo dire che trovavo nel pianismo di Cornelius Cardew un grande esempio). Ho quindi mescolato le mie sonorità e la propensione ad un modalismo ‘personalizzato’ con antichissime fonti, in alcuni casi attraverso l’arte della variazione, in altri attraverso quella del ‘tradimento’ programmatico, e spesso con la pura e semplice invenzione per assonanza.

Non mi interessa proporre una semplice ‘trascrizione’, ma l’attualizzazione di qualcosa che, in tutta evidenza, appare dimenticato e disperso.

 

Naturalmente, nulla è più lontano da me della tessitura di un elogio della borghesia, ma sta di fatto che alcune idee si siano formate proprio grazie alla ‘trasferenza’ di origine mercantile tra oriente ed occidente. Tutto ciò mi è parso una splendida occasione per individuare l’identico e il differente tra due mondi, al fine di determinare una quota di ‘appartenenza’ reciproca, un territorio in comune capace di perseguire, stavolta fuor di metafora, una nuova trasferenza, forse più proficua perché necessaria al nostro tempo.

La musica, in effetti, grazie alla sua astrattezza, alla mobilità delle sue forme, può agilmente realizzare questa uniformità, laddove abbia reperito un materiale di partenza comune. Io ho trovato questo materiale nella spiritualità di canti e temi di secoli fa, in forme del canto antico. E scrivo apposta ‘spirituale’, dacché le fonti più antiche del canto siriano vengono riferite alle più arcaiche fonti note, e all’insegnamento di Giovanni l’apostolo. Una figura che mi è sempre stata familiare, come quella di San Giovanni Battista e, ora, quella di Giovanni Damasceno.

L’avventura è cominciata un pomeriggio di due anni fa. Ero alla Ubik di Napoli a presentare “Ai piedi del monte”, il mio precedente cd (anche in quel caso si trattava di un disco/progetto), e lo spazio performativo era allocato al secondo piano della libreria, dove trovano ospitalità i volumi dedicati ai viaggi.

 

La mia attenzione viene catturata da un titolo: “La montagna sacra”: mi pareva singolare che quel libro mi cadesse sotto gli occhi proprio mentre presentavo un disco dedicato al ‘monte analogo’, cioè al cammino, alla risalita, alla rinascita. “La montagna sacra”, in effetti, è il reportage di un viaggio di William Dalrymple, storico e scrittore di origine scozzese, studioso di Cambridge che si era avventurato attraverso la Siria, il Libano, Israele, partendo dal Monte Athos, ripercorrendo il cammino che nella primavera del 578 dopo Cristo era stato intrapreso da Giovanni Mosco e dal suo allievo (poi vescovo) Sofronio. Mosco era un monaco orientale, che tenne a sua volta un diario, scritto in greco, di quel viaggio alla scoperta della cristianità orientale. Mosco e Sofronio vissero in un'epoca in cui non si era ancora arrivati alla logica dello sterminio interreligioso. È il tema del libro di Dalrymple: "Giovanni Mosco fu quasi contemporaneo di Maometto. Quando morì, l'Impero ancora dominava, benché traballante. Ma pochi anni dopo il giovane compagno di Mosco, Sofronio, vide la metà orientale del dominio bizantino crollare in frantumi. In vecchiaia fu nominato patriarca di Gerusalemme", e quella città consegnò nel febbraio del 638 d.C. al Califfo Omar, in vesti di seta imperiale. Dalrymple aggiunge: "L'Islam è stato tradizionalmente tollerante nei confronti delle minoranze religiose" (p. 24), e in più luoghi del libro in cui ripercorre l'itineraio di Mosco precisa quanto alto fosse questo grado di tolleranza: "un grado di tolleranza - in entrambe le congregazioni - inimmaginabile oggi quasi dovunque nel Medio Oriente. Eppure era ancora, naturalmente, la vecchia storia: i Cristiani orientali e i Musulmani avevano vissuto fianco a fianco per quasi un millennio e mezzo, ed erano stati in grado di farlo solo grazie a un grado di reciproca tolleranza e condivisione di costumi impensabile nell'Occidente graniticamente cristiano" (p, 154).

 

Passa qualche giorno e , come sempre mi accade quando mi imbatto in un libro che mi affascina, traccio linee che mi portano altrove. Cerco anche “Il prato” di Giovanni Mosco, ma è introvabile: torno alla Ubik e mi dicono che è impossibile averlo; provo in altre dieci librerie, nulla. Allora vado alle Dehoniane, perché lì ho comprato anche altri testi dei padri orientali, quelli definiti “del deserto”; trovo la “Difesa delle immagini sacre” di Giovanni Damasceno, e la Filocalia (tesoro di grandi ricchezze). Lì mi dicono che il volume che cerco è in effetti edito da un editore-libraio che si trova a pochi passi da piazza San Domenico. Sono però le otto meno venti: corro come un pazzo dalle Dehoniane fino alla libreria D’Auria: salgo le scale e chiedo sfiduciato se per caso non abbiano almeno una copia del “Prato”. Mi guardano come se fossi un alieno, e alle otto meno cinque ho tra le mani il diario di Mosco che descrive il mondo monastico dei primi secoli dopo Cristo.

 

Nel frattempo ho scoperto che Francesco Malacrida, un etnomusicologo italiano citato nel primo libro/mappa dello scozzese Dalrymple, si chiama in realtà Gianmaria Malacrida, e che ha pubblicato per la Lim un volumetto sulle musiche dell’antica Siria. Lo studioso dimostra che alcune forme di canto presenti in Siria sono molto probabilmente le più antiche testimonianze di canto sacro, e che forse furono trasmesse anche in Italia.

Ordino il libro. Passano altri giorni, poi, sempre con una casualità sorprendente, il volume mi arriva tra le mani mentre sto inviando alla Siae un nuovo brano.

 

Ora le diramazioni vanno in ogni direzione, e presto ottengo trascrizioni di temi dalle antiche tradizioni liturgiche beneventane (Ingressa, dalla liturgia del giovedì Santo), bizantine, siriane. Da un viaggio in terra Santa avevo riportato diversi anni fa un graduale con i canti delle processioni francescane. Me ne ricordo ad Assisi, dove cerco qualcosa di più analitico: ecco un librone sul gregoriano simplex. Acquisisco anche l’Atlante musicale della musica del medioevo, e sfogliandolo mi ricordo di aver letto, in Pirenne (la sua celebre “Storia economica e sociale del Medioevo”) una descrizione dei rapporti commerciali tra Siria e paesi del Mediterraneo. Questi rapporti commerciali, in effetti, andarono a costituire le cosiddette città nuove, la nascita del diritto commerciale (jus mercatorum) e di quello amministrativo, l’origine di una giustizia cittadina (attraverso l’autonomia giudiziaria e amministrativa dei nuovi borghi) e, sostanzialmente, quella della nozione stessa di ‘cittadinanza’, come culla della libertà (da cui il motto “Die Stadtluft macht frei”, ovvero, “l’aria della città rende liberi”).

Vendita on line: www.masseriadeisuoni.org

Ufficio stampa: Synpress