27January Romina Daniele - Spannung
Scritto da Girolamo de Simone  

Romina Daniele

SPANNUNG

www.rdm-records.com

Siamo ormai disabituati a lavori come “Spannung” di Romina Daniele. Il motivo è semplice: già da tempo la ricerca ha ritenuto di abdicare alla proposta densa, dichiarandosi sconfitta. Sponde di resistenza sono naturalmente sempre sopravvissute, negli anfratti del noto, riuscendo spesso, nell'assenza istituzionale, a trovare sporadiche linee di assenso. La linea dell'avanguardia è stata tutta in quel trattino tra assenza-assenso. Ora “Spannung”, questo progetto monumentale di Romina Daniele, si pone come una stele assertiva, musicale e – a parer di chi scrive – anche teorica. È una stele e anche un dardo infuocato: riuscirà a 'rompere' l'omertà italiana?

“Spannung” è un cofanetto che ha visto sette anni di 'gestazione', e che comprende ben tre dischi, uno rosso, il colore della copertina e del libretto (e 'rossa' è un po' anche l'immagine trasferita dalle belle foto dell'artista), uno blu e l'ultimo nero. Nel cd I, la voce di Romina Daniele, le sue composizioni e la sua elettronica. Nel secondo, senza intenti sottrattivi per poetica e linguaggio, il percorso vocale continua, ma con interlocuzioni maggiori: Luca Caiazzo ed Emanuele Cutrona (Bass), Luca de Maio (Guitar), dando una visione più performativa, forse live, che completa ed integra lo spettro di ciò che può fare Romina Daniele, sia in senso tecnico-musicale (a noi già noto) ma soprattutto, qui, in senso progettuale. L'architettura di “Spannung” è solida, ben congegnata, appunto 'monolitica'.

Nei primi due cd ci sono poi alcuni luoghi conosciuti, diciamo degli 'indicatori stradali', per usare un linguaggio francofortese: Gershwin, Bessie Smith, Frank Sinatra, alcuni traditional. Offerte di una sponda per non spaurirci: ma si tratta dell'arte del permutare, di ricreare, di fare ciò che si vuole del noto, senza tradirlo, anzi innovandolo. Ciò significa memoria, ma non necessariamente nel senso dell'appropriazione (che è moto solo individuale, e con l'immaginazione incontenibile ha poco a che fare). Nel cd III, quello nero (che è il mio preferito), il cerchio si chiude con due sole composizioni, forse le più lunghe e che considererei quasi come delle 'operine', in grado d'essere autosufficienti: “Dasein III” (quasi 25 minuti), preceduto da “La natura assente” (6:24 densi minuti), che tanto mi ricorda la stringa di significanza “Petrarca-Ungaretti-Cilio”, anche da me allusa in un disco intitolato “Dell'universo assente” edito e più volte ristampato dalla milanese Die Schachtel. Secondo quella stringa, che conduce a Luciano Cilio, “Laura è un universo assente..... L'idea di assenza è un mondo lontano nello spazio e nel tempo, che torna a udirsi vivo nel fogliame del sentimento, della memoria e della fantasia. È soprattutto rottura delle tenebre della memoria” (G. Ungaretti, “Note – Sentimento del Tempo”).

Non so naturalmente quanto in questo titolo ci sia rispondenza d'intenzionalità d'architettura. La grandezza di questa musicista, che solo musicista non è, risiede proprio nella sua capacità di proporre un'azione compositiva e un gesto vocale ardito, che si mette in gioco, che osa ed esplora terre quasi vergini, là dove pochissimi altri hanno messo piede (e penso naturalmente a Demetrio Stratos: credo che Romina sia tra le pochissime artiste viventi in grado di usare la voce come Demetrio), e contemporaneamente offrire una solidissima impostazione estetica e filosofica. Qualcuno scriveva che non si può prescindere dall'essere. Personalmente ho preferito riferirmi alla molteplicità del senso, dei soggetti, del sentire, lasciando aperta la mia progettualità estetica attraverso la capacità d'eteroriferimento dell'opera, e non al senso esaustivo per il quale “noi siamo il ci e il qui del mondo (Dasein)”. A mio avviso sono molto più interessanti, appunto, l'eteroriferimento, l'altro. La riflessione di Romina Daniele, che dà questa forza straordinaria alla sua musica, è tesa alla ricerca dell'autentico, del punto d'inizio e di chiusura, dove l'altro viene reperito nell' “essere insieme gettati nel mondo”. È un'altra sponda, un'altra possibilità rilasciata all'autentico. Per questo, piace molto concludere con le sue parole: “la voce si gioca tutto, ad alti gradi di esposizione, in fronte alle strutture del costrutto. E la voce qui è l'uomo. L'essere-insieme enigma che ci sta a cuore è anche al limite dello struggimento, ed il limite non è dove una cosa finisce, bensì è dove ogni cosa inizia la sua essenza”. GIROLAMO DE SIMONE

 
Pianosequenza...
Scritto da Girolamo de Simone   Written on 22.10.2015

Cover Pianosequenza

 

Francesco Di Fiore, "Pianosequenza" (Zefir Records 2015)

"Pianosequenza", il nuovo cd di Francesco Di Fiore, è una silloge dedicata ai minimalisti che hanno composto per il cinema. Si tratta di venticinque tracce che disegnano un percorso suggestivo all'interno del genere, e che richiamano le immagini dei film cui inevitabilmente le associamo. Si parte da Michael Nyman, l'inventore della parola 'minimalismo': "questa musica non solo riduce l'area dell'attività sonora a un minimo assoluto e assolutista ma sottopone il materiale rigidamente selezionato, prevalentemente tonale, a procedure per lo più ripetitive e altamente disciplinate messe a punto con estrema precisione (anche se non è imposto alcun punto di vista a chi ascolta)". ("La musica sperimentale", Shake Edizioni).

Naturalmente questa definizione si è progressivamente 'addolcita' col tempo, e "precisione e disciplina" sono diventate presto in Philip Glass una sorta di neotematismo minimale, specie dopo la deriva 'operistica' e la produzione di colonne sonore evocative naturaliter. Per questo, forse, non sbaglia Reginald Smith Brindle quando preferisce parlare, più che di minimalismo, di un ampliamento della forma dell'ostinato, "affidandolo a varie parti simultaneamente: in questo caso l'ostinato viene variato in modo graduale, il che permette di creare movimenti di ampie dimensioni, di natura prevalentemente statica, mantenendo lucidità e trasparenza senza episodi complessi" ("La composizione musicale", Ricordi)

In "Pianosequenza", la musica di Nyman è ben rappresentata con "Lezioni di piano" ("The piano") di Jane Campion, "The Diary of Anne Frank" di Nagaoka, "A Zed & two Noughts" di Greenaway (mi sarebbe piaciuto ascoltare qualcosa dal precedente, enigmatico, "I Misteri del giardino di Compton House", magari "Chasing Sheep is Best Left to Shepherds", la versione per piano edita da Chester Music; e segnalo altresì il volume "Michael Nyman, Ascoltare il cinema", di Cano-Potì, per Franco Angeli, risalente però a una decina d'anni fa). Ci sono alcune celebri pagine di Philip Glass, "The Hours", 'fabulante' (che non sarebbe esistito senza i doppi sogni di Arthur Schnitzler e le doppie vite di Kieslowski) e "The Truman Show" di Weir (richiamo qui il libro di Alessandro Rigolli "Philip Glass, L'opera, tra musica e immagine", Auditorium), e Yann Tiersen (ricorderete il 'magico' "Amélie" di Jean-Pierre Jeunet). C'è poi la musica scritta da Di Fiore per "At precisely Six O'Clock" di Giuseppe Gigliorossi e quella di William Susman, forse entrambi meno 'minimalisti', laddove si confini la valenza semantica di questa parola alla ripetizione come assunto costruttivo (intesa in altro modo, persino Webern è stato spesso etichettato come 'minimalista'...).

L'operazione è coraggiosa, anche se non esaustiva. Difatti, quasi tutti questi brani esistono in versioni 'autentiche', cioè versioni suonate dagli autori, e talvolta appaiono editi in dischi che li ripropongono nell'esatta sequenza, e col 'suono', dei film. Ciò ha scoraggiato un po' le etichette nel pubblicare dei rifacimenti o delle nuove interpretazioni. Se posso ascoltare, che so, Sakamoto che suona sé stesso in una versione assolutamente aderente agli scopi (e al film) per i quali il pezzo è stato pensato, perché poi dovrei acquistare un disco in cui compaiono quegli stessi brani? E invece, ciò che rende interessante la proposta di Francesco Di Fiore, è proprio averli riuniti in un corpus unitario per interpretazione, suono (timbro e trattamento del suono pianistico), soluzioni di problemi (il fade out suono/immagine, come renderlo? sfumare il pezzo non sempre funziona in un cd, occorre dunque una soluzione che vada in direzione di una vera e propria trascrizione).

Progettualemente, dunque, l'idea potrebbe sembrare quella di 'repertizzare', ovvero far diventare repertorio brani che di fatto lo sono già, perché sono molto eseguiti dal vivo e molto presenti nelle scuole, essendo amati dai ragazzi che studiano pianoforte. E tuttavia, non credo che sia questo che abbia motivato Di Fiore, cioè consegnare, congelandole, al 'repertorio' queste musiche. Anche chi scrive ha in passato proposto opere per pianoforte di Nyman, Glass, e di altri autori di frontiera. Avevo combattuto, allora, contro la tentazione di costruire un'antologia di 'classici' del minimalismo, quasi 'cristallizzandone' le versioni come se si trattasse, appunto, di musica 'colta'. Un Leitmotiv per i pianisti che li affligge sin da bambini: "costruire un repertorio ampio e adeguato!". Ebbene, l'impatto dell'onda 'Fluxus' (l'omonimo movimento artistico/musicale), specialmente in Italia, ha distrutto questa nozione, stratificandola e storicizzandola, nonostante i ponderosi volumi che tutti noi abbiamo scritto (ne ricordo parecchi, bellissimi, di Piero Rattalino, altri di Riccardo Risaliti): distruggere la nozione di (un solo) repertorio è apparso allora come benefico influsso sulle capacità immaginative e sulla libertà di esecuzione (talvolta vera e propria 'reinvenzione') dei pianisti, i quali si propongono sempre più spesso, fortunatamente, come pianisti-compositori, ibridando i ruoli dopo aver mescolato i generi. ("Ci serve una situazione che distrugga la forma definita del sistema musicale tripartito... nella quale ogni persona si sposti senza sforzo dal ruolo di compositore a quello di esecutore e di ascoltatore": è una celebre epigrafe/guida di Christopher Hobbs, allievo di Cornelius Cardew)

Credo dunque che anche per Francesco Di Fiore, come fu per me anni fa, abbia prevalso l'amore incondizionato per queste composizioni, e assolutamente non vi sia stato spazio per la tentazione archivistica o per una 'immanenza' del reperto. Al primo ascolto si comprende che il suo pianismo è coraggioso, rivolto al sentire dei contenuti, e non alla ricerca sterile del dato formale o della costruzione 'classica' (ivi compresa la costruzione di un suono pianistico 'classico' e stereotipato). Questa musica, specie quella di Glass, è molto difficile da eseguire (non parlo della difficoltà tecnica, ma dell'assimilazione e della resa formale): dopo poche battute o si è all'interno della logica minimale, oppure il brano fallisce miseramente, ed annoia. Queste esecuzioni di Di Fiore non annoiano mai. Poi si può ragionare sulle soluzioni prescelte, sulle decisioni interpretative, sulla velocità di questo o quel brano: ma sempre la scommessa pare vinta: il cd funziona, ed è anzi funzionale ai suoi scopi, ci parla di un immenso amore, una predilezione per il genere.

Una notazione particolare la riserverei alla ripresa del suono, dacché è 'ambientale', con una certa dose di riverbero. Il pianoforte è uno Steinway (altra particolarità che constato accomunarmi alle scelte di Francesco Di Fiore!), e ben sappiamo quanto possano dare questi strumenti, ma quanto sia difficile controllarli fino in fondo (ma è poi mai possibile il controllo totale di uno strumento con un'anima? Ogni Steinway è 'individuo', e la costruzione massificata, in serie, non favorisce certo questa personalizzazione, che convinse grandi pianisti come Horowitz e Gould). Anche qui Di Fiore risulta vincente. Se in alcuni brani molto veloci patisco un po' di eccessivo riverbero, in generale il suono-disco convince. Anche la grafica del disco è accattivante, ed esaurienti appaiono le note di Donato Zoppo, allegate in un sontuoso libretto interno. Una strizzatina d'occhio al popular possiamo forse segnalarla, ma ritengo che ciò sia un bene, e disegni adeguatamente i confini di nuove sensibilità estetiche.

GIROLAMO DE SIMONE

 
mai stata al mondo
Scritto da Girolamo de Simone   Written on 27.09.2015

CETTA BRANCATO

Mai stata al mondo

Edizioni neomediaitalia, Napoli, 2015

Nina, la protagonista del nuovo romanzo di Cetta Brancato, non è una donna come le altre. Nelle variazioni del sentire si figura come una creatura speciale, una "donna così". Ma così come? "Nina si abbandona ai movimenti del sonno ed egli sente un gelo di seta pervadergli le mani" (p. 24). "Nina (...) è oscura nella notte, trasparente al mattino. Cela la luce e l'ombra in una culla neutra: è magia inquieta all'alba, punto grave di ogni inizio" (p. 41). "Nina conosce quell'acqua e vorrebbe berne, farsi inondare le vene. Diventare pozzanghera acida, riflesso del cielo, crepa abitata dai sassi" (p. 47). Si tratta dunque di una donna dal sentire speciale, quasi parallelo a ciò che le accade, prescindendo dalla condizione propria di ogni donna tesa nell'amore, negli incontri di vita o d'occasione. Intende forse davvero "trasformare la vita in una stecca fragrante di cannella" (p. 39). E probabilmente, al termine di attraversamenti multipli, riesce nell'intento. Si presenta, quasi, come se mai fosse "stata al mondo", pur lasciando intatta l'opzione di un ritorno (alla presenza di un'abitudine, troppo confinata, stretta, ormai ispezionata in tutte le variabili dei luoghi consueti d'appartenenza).

Nina ha davvero uno sguardo speciale. Enumera le spezie e gli ortaggi di un supermercato, e Cetta Brancato si fa lirica narrativa: "Ananas e arance, la cui carne raccoglie il ricordo del sole, si affollano, uguali figli di isole. E ancora, fichi induriti dal vento dell'estate rimangono come cadaveri dolci e deformi. Semi di zucca, con veli di madreperla salata, affondano in un sacco di juta. E ceci secchi, come pallottole duttili a ogni morte" (pp. 88 - 89).

Eppure, questo sguardo non è immune da un Leitmotiv ricorrente: all'amore, anche incontro di carne, s'oppone come una sottile vena rossastra il tema della morte. Dapprima con isolati richiami, poi esplicitamente, verso la fine, così come dev'essere sempre. Alla parola 'cadavere', messa lì quasi con indifferenza, segue una scritta, il cartellone di un teatro, "nero, listato a lutto". Un'epigrafe nera che pare "un annuncio funebre scritto con sillabe dure e quadrate" (p. 90), ma subito svanisce nello sguardo d'ebano di un giovane africano...

La danza degli incontri si sussegue tuttavia lieve nel libro. Talvolta incrocia la musica, che è la nostra vita, e sempre è pure linguaggio a sé stante. Gli incontri, e gli addii:

" 'Andrò via. Assai presto. Non c'è nulla che mi trattenga qui. Nulla che valga la mia libertà. Ritroverò la mia musica' - e un sorriso ne oltraggia il viso, indicando il violino" (...). " 'Un nuovo contratto. Suonerò tutte le sere, per noi. Verrai? - conclude in un respiro. Nina applaude con dolcezza fervida e assente. 'Ti ascolterò. Avrò anche un binocolo a una sola focale, per le note della tua impazienza' - ella soggiunge. è forma, maniera il loro amore. è morte che vuole ucciderla con l'ultima grazia possibile" (pp. 35-36).

Gli incontri sono anche quelli affettivi con giovani donne; disegnano i confini di una memoria, che ritorna a sé passando per l'altro, quando questi riesce a toccarci davvero: "Si guardano, per un istante, nella percezione instabile del loro destino di donne. La piccola ha guadagnato la mano oscura della compagna. Vorrebbe tornare dalla sua amica di canto" (p. 105). E, però, lei ha già distolto lo sguardo. è ancora un "alito di separazione, di inesorabile eternità".

La scrittura di Cetta Brancato è densa, spesso lirica. Ma andando avanti nella lettura del romanzo, si fa sempre più lieve. Come se qualcosa fosse richiesto anche al lettore, che deve pur concedere qualcosa, a donne di tal fatta. Le immagini sono folgoranti, e tuttavia malinconiche: "la luce si era distesa sulle viti. E, lentamente, il rosso aveva acceso l'ultima sponda delle colline. Certi tramonti sanno di vino. Quando il sole impone il suo viso all'anima, il cielo brucia". Chi sa guardare il sole, sa che disegna una figura archetipica, nelle palpebre chiuse. Si tratta di un antichissimo simbolo, che appare identico, all'alba come al tramonto.

Siamo giunti alle ultime pagine, e si schiarisce un limpido itinerario: "non dirlo. Che nessuno ti senta. Noi non avremo morte. Sarà accaduto. Ma adesso è pagina, ancora non scritta, questa vita" (p. 141). Pagina infine disponibile, che palesa, aggiungo qui.

Nina, così, ha "ogni bellezza del sommerso: un passato di rughe, il piacere del buio, la leggerezza dell'impossibile" (p. 151).

Nina, che infine va via e che, forse, "non è mai stata al mondo"...  

GIROLAMO DE SIMONE

 
2015: il nuovo disco di Max Fuschetto
Scritto da Girolamo de Simone   Written on 21.03.2015

BORDER MUSIC

Max fuschetto, Sùn ná (Hanagoori music - distr. AUdioglobe)

Il secondo monografico del compositore e polistrumentista Max Fuschetto arriva a cinque anni di distanza da "Popular games", non tradendo le attese di quanti seguono la musica di frontiera. Già la prima track Oniric States of Mind, segnala esplicitamente quale epigrafe/progetto venga prescelta, rinviando a poetiche originali ma stratificate, al 'giardino segreto' che si rende mondo di suoni unico e personalissimo. La ripresa degli strumenti analogici è percepibile e va goduta quale dato strutturale di questi brani, pieni di suggestioni ancestrali e inaudite. Le voci si mescolano in timbri mai scontati, tra Irvin Vairetti, Antonella Pelilli, e Andrea Chimenti (con testi di Max Fuschetto, Antonella Pelilli, Monica Mazzitelli) che si confrontano con strumentisti del calibro di Pasquale Capobianco, Silvano Fusco, Giulio Costanzo, Franco Mauriello, Luca Martingano, Giuseppe Branca, Vezio Iorio, Valerio Mola, Andrea Paone, Marco Caligiuri. I riferimenti culturali sono molteplici: Leitmotiven da segnalare: l'uso dell' arbëreshë , lingua degli albanesi d'Italia; l'implicita presenza dell'Africa (il titolo in lingua Yorùbá significa "dormi ora", ma allude anche al modo partenopeo di riferirsi ai sogni); l'assimilazione stratificata dei grandi compositori americani di seconda generazione, riuscendo tuttavia a superare in bellezza quelli della... terza!

Una grafica stupenda firmata da Marianna Longo completa l'accuratezza di un album che è figlio del nostro tempo, e che resterà, a parere di chi scrive, quale pietra miliare delle possibilità e delle molteplici aperture ancora possibili ai linguaggi contemporanei, a patto di trascendere dai compartimenti stagni delle scuole dominanti.

Girolamo De Simone

 
Enza De Stefano all'Accademia Verdi
Scritto da Girolamo de Simone   Written on 17.06.2012

Il Concerto di Enza Di Stefano all'Accademia Verdi

Ieri sera, al concerto della pianista Enza De Stefano per l'Accademia musicale di Volla, che ha mescolato musica di chi scrive questa nota ad altre preziose gemme tratte da repertori più consolidati (Granados, Albeniz... per darne un esempio, prevedendo anche altri brani in compagnia della soprano Aminta De Luca) s'è creata una armonia ed una sinergia di grande profondità emozionale. Percezioni molto belle, un pianismo raffinato, soluzioni originali e che offrono una chiave personale, davvero individualmente connotata, di questi brani. Ci è parso di intuire, anzi, nettamente 'vedere', pur se solo attraverso la musica, una trasformazione di stile esecutivo, coincidente con quella in atto da qualche anno tra musica classica (sovente cristallizzata, appunto, nei repertori) e 'musica di frontiera', più aperta al dialogo tra autore ed esecutore, anche attraverso una propiziata libertà di agogiche (respiri) e improvvisazione (trasformazione del segno, laddove la pianista ne sentisse il desiderio). Il respiro di libertà che può offrire una musica non di repertorio (successivamente, poi, il medesimo respiro sarà sicuramente attivabile anche su quei brani più noti e proprio per questo più eseguiti, con il peso di quelle altre interpretazioni su quelle - contemporanee - che ne dà l'interprete di formazione classica) si può intrecciare con una fase di cambiamento epocale e personale così evidente.
In relazione ai brani di chi scrive, mi hanno sorpreso gli arpeggi mirabilmente sottolineati in "Fabulae contaminatae", brano che si ispira proprio ad antiche fusioni/contaminazioni stilistiche; gli improvvisi 'pianissimo' della De Stefano, segno sempre di stile, il lasciarsi andare - come più su accennato - con agogiche, che 'muovono' i disegni di crome della mano sinistra; le scelte di tempo; il bel tocco e, nonostante le - richieste - scelte di libertà, anche il controllo e la compostezza dell' interpretazione, specie nella "Suite Zazà", ispirata alla celebre canzone.
Enza De Stefano, ieri, ci ha donato un bel momento, coinvolgendo tanti giovani e sostenendo, tra l'altro, un progetto importante, quello di un nuovo disco di chi scrive, dedicato dall'Associazione Liszt alla ripresa del dialogo interreligioso in Siria. Presto ci saranno iniziative in comune con l'Istituto Comprensivo San Francesco di Sant'Anastasia, proprio su questo tema/progetto

Girolamo De Simone

 

Altri articoli...

  1. Emanuele Errante
Prec12Succ